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LE CHIESE

Per i Miglierinesi, le due chiese rimaste: quella parrocchiale, o di S. Lucia, e quella di «S. Maria del Principio», oggi comunemente detta anche «del Rosario», sono come due fiori all'occhiello e costituiscono giustamente un vanto, sia per la bellezza e sia perché sono gli edifici più grandi, più antichi e più artistici del paese. Dagli inizi, fin quasi alla fine del 1800, oltre che luoghi di culto, fungevano anche da cimiteri. Lì sono state seppellite generazioni di Miglierinesi e lì ancora riposano i resti e le ceneri di uomini, donne, bambini, tutti certamente lontani parenti degli attuali abitanti: ecco un altro motivo di attaccamento e di rispetto per questi luoghi sacri.

L'intervento sul pavimento, ad opera del Genio Civile agli inizi degli anni cinquanta, ha totalmente distrutto la struttura originaria delle varie tombe, lasciando i resti, (la maggior parte furono seppelliti nel Cimitero), in diversi punti della chiesa. Oggi, nella chiesa di S. Lucia, con l'ultimo intervento (1992-1994), sono stati sistemati, sempre sotto il pavimento, in due loculi ben identificabili, come memoria e come monito per noi che, come loro, ci ritroviamo nello stesso tempio a ripetere parole e gesti della tradizione della fede, nella speranza della comune risurrezione.
Con un po' di immaginazione, superando i tempi contingenti, si può provare a «sentire», tra la luce fioca delle «lumere» o delle candele, il mormorio litanico delle preghiere, dei canti latini storpiati, delle nenie paesane delle varie generazioni che si sono succedute.

La Chiesa di Santa Lucia

Già si è visto come nella relazione del 1595 del vescovo Pietro Montuoro si parla della presenza di una sola chiesa parrocchiale, non ancora consacrata, sotto il titolo di S. Lucia.
Con l'insediamento delle prime famiglie nel territorio era quasi naturale che fosse edificato un oratorio che all'occorrenza servisse come luogo di culto e come cimitero.
Si sa poi che la fede cristiana era (ed è) un coagulo fortissimo di unità e di identità. Inizialmente poche erano le famiglie (probabilmente coloni), poche e povere le case e quindi piccolo e semplice l'oratorio. La poca consistenza del numero degli abitanti non permetteva ancora la erezione giuridica di una parrocchia e di un parroco, per cui il servizio religioso era assicurato dalla parrocchia di Tiriolo che nei giorni festivi inviava un suo economo curato. Nel 1595, (ma si può supporre certamente da molto prima), troviamo un sacerdote stabile, sempre comunque designato dal parroco di Tiriolo.
La chiesetta, qualche metro di lunghezza e di larghezza, (nell'area dell'attuale portone d'ingresso, giacché solo in questo posto abbiamo trovato, sotto il pavimento, tracce di antica muratura, assente per il resto dell'attuale chiesa), insieme al casale, fu costruita sul promontorio detto «La Serra» (attuale Piazza S. Lucia e «Quadarune»), con la facciata rivolta a oriente, com'era d'uso spesso per il passato, per guardare il sorgere del sole e quasi per protendersi verso Gerusalemme, la città simbolo della fede. Il Valente, nel suo dizionario già citato, precisa che «la chiesa parrocchiale conserva pochi segni dell'impianto originario a causa delle alterazioni subite pel terremoto del 1783 ».
Ed Emilio Barillaro della chiesa parrocchiale dice: «Edificio di origine medievale, interamente rifatto dopo i danni subiti dal sisma del 1783. Costruzione di sobria architettura del periodo barocco, con torre campanaria a pianta quadrata; interno decorato a stucchi... ».
Si dà per scontato quindi che il terremoto del 1783 abbia causato danni, al punto da modificare interamente la struttura. Sappiamo invece dalla relazione della Visita di Mons. Mandarani, effettuata nel 1784 (un anno dopo il terremoto) che la Chiesa di S. Lucia «non fu rovinata dal tremuoto», anche se qualche danno c'è stato. Vediamo dunque come si evolve la chiesa fin quasi ai nostri giorni.
Con l'aumento della popolazione del Casale, insieme alla costruzione di un'altra chiesetta nel rione «sotto La Valle», si rese necessario l'ampliamento dell'originario tempietto. Nelle relazioni delle Visite dal 1640 al 1692 non viene detto granché; però, dalla presenza di più sacerdoti, di diaconi e di chierici c'è da supporre, per ragioni di spazio e di servizio, che un primo ampliamento sia stato già effettuato sul finire del 1500 (molto probabilmente la chiesa è ancora a una sola navata). Ci sono già quattro altari: quello centrale, eretto per elemosina del Suddiacono Giacinto Torchia, dedicato al SS.mo Sacramento, con la confraternita omonima e tre Cappelle con altrettanti altari, dedicati rispettivamente a S. Lucia, a S. Eligio e alla SS.ma Concezione. All'ingresso c'è il fonte battesimale e, nei pressi, la sepoltura «Universitatis» (cioè del paese, la sepoltura comunale). C'è anche qualche altra sepoltura di famiglia. La sacrestia è ben fornita di paramenti e di suppellettili ed è ben sistemata. Negli avvisi delle varie Visite si fa obbligo di provvedere, entro pochi mesi, alle lapidi delle sepolture e all'occor-rente per i vari altari di origine padronale, pena il pagamento di 10 ducati da parte degli interessati. Uerezione a Parrocchia avvenne nel 1649 e il primo Parroco fu Don Giandomenico Antonio Mancusi. Alla sua morte (1 695), dato il numero dei sacerdoti (1 3) e chierici presenti (9), la parrocchia, con Bolla Pontificia, fu elevata ad Arcipretura e il primo arciprete parroco (succeduto al Mancusi) fu il Rev. Don Giuseppe Miceli. Dalla relazione del Torcia, sappiamo che in realtà dal 1649 al 1736, (per ben 87 anni!) funzionava temporaneamente da parrocchia la chiesa di S. Maria del Principio (anche se la chiesa di S. Lucia non era completamente chiusa al culto), perché si stava provvedendo all'ulteriore ampliamento della chiesa di S. Lucia, così come ce la ritroviamo sostanzialmente in seguito fino al 1783 e fino ai nostri giorni. C'è da supporre che, oltre alla crescita notevole degli abitanti, la spinta determinante per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale, più grande e più adatta alle esigenze dell'accresciuta popolazione, sulla stessa area della precedente, sia dovuta molto probabilmente dal terremoto del 1638 che causò non pochi danni alle persone e agli edifici in tutta la zona, da Nicastro a Martirano e ai paesi della valle dell'Amato.
Dopo decenni di lavori, giunge finalmente il giorno della inaugurazione e della consacrazione della «nuova» chiesa parrocchiale, a tre navate. E' il 4 marzo 1736. Con la partecipazione festante di tutto il popolo, del clero, Mons. Francesco Maria Lojero consacrava l'altare maggiore e la Chiesa e fu canonicamente confermata S. Lucia patrona principale di Miglierina insieme ai patroni minori S. Antonio da Padova e S. Francesco da Paola (con l'approvazione della Sacra Congregazione dei Riti in data 10 marzo 1736). Dallo stesso vescovo fu stabilito che il giorno anniversario della Dedicazione della chiesa si celebrasse il 25 febbraio di ogni anno.
In questa circostanza, così importante e così festosa, il Duca di Gimigliano, Feudatario Principe di Tiriolo, sig. Cesare Antonio Cicala, concesse la facoltà di effettuare la Fiera, in occasione della festa patronale del 13 dicembre.
Questa autorizzazione è importante perché allarga il circuito di commercio e di scambi tra Miglierina e gli altri paesi del circondario. 1 pellegrini incominciano a venire (la maggior parte a piedi) sempre più numerosi, trascorrendo la notte in chiesa, riscaldati dai bracieri che le brave massaie miglierinesi, con grande ospitalità preparavano per loro. L:usanza si è protratta fino a quando la motorizzazione non ha consentito di soddisfare il «voto» alla santa, fare le varie compere e ritornare nello stesso giorno a casa.
Come si presentava la «nuova» chiesa, ampliata e ristrutturata?
In fondo al presbiterio, addossato alla parete c'è l'Altare Maggiore, fatto di pietre di marmo di vari colori, in vario modo elaborate e ornato di 12 colonne, terminando in forma di piramide. Sull'altare c'è un quadro grande di S. Lucia, S. Antonio di Padova e S. Francesco di Paola, «con cornice indorato». Intorno c'è il coro, con duplici sgabelli, al quale sono tenuti tutti i sacerdoti, occupando il posto secondo l'anzianità. A destra e a sinistra ci sono due nicchie di legno intagliato e dorato dove sono riposte le statue a mezzo busto di S. Lucia «in cornu evangelii» (a destra) e di S. Francesco di Paola «in cornu episcopáli» (a sinistra). Nel giorno di Pentecoste venivano portate in processione le statue dell'Immacolata, di S. Lucia, di S. Antonio e di S. Francesco (relazione 1762). Oltre all'altare maggiore, col SS.mo Sacramento e dedicato a S. Lucia, vi erano altri otto altari.
Nella navata di destra, in ordine:
1) Cappella e altare dell'Immacolata Concezione, con immagine della stessa Vergine, dipinta su tela, e statua lignea. E' di pertinenza del clero. C'è una pia Associazione di Confratelli e Consorelle, senza beni, amministrata da Gennaro Torchia di Desiderio. Viene detto, «nell'Inventarium» che l'altare è «a primis incolis Terrae huius erectum» (eretto dai primi abitanti di detta terra) (p. 484).
2) Altare di S. Maria della pietà, con immagine della stessa Vergine, dipinta su tela, di diritto patrimoniale dei familiari Gennaro, Raffaele e Giuseppe Torchia (e dal 1791 di Domenico Torchia), con l'obbligo della celebrazione di due Messe settimanali.
3) Altare di S. Eligio e di S. Gennaro, vescovi, con cappella di stucco e con immagini degli stessi santi dipinte su tela.
4) Altare di S. Francesco e di S. Pasquale, con cappella di stucco e con immagini degli stessi santi dipinte su tela.
Nella navata di sinistra:
5) Altare della ß.V. Maria assunta in cielo, con cappella di stucco e con immagini della B.V. e dei santi Apostoli Pietro e Paolo dipinte su tela, con cornice dorata in legno. Di diritto patrimoniale della famiglia di don Francesco Guzzo, arciprete in S. Pietro di Tiriolo (oggi San Pietro Apostolo) e dei familiari Francesco Antonio Torchia e Vito Guzzo.
6) Altare di S. Antonio, di fondazione e dotazione di Domenico Ferraro e dei familiari. In seguito è di pertinenza dei sacerdoti. Ci sono le immagini di S. Antonio, dell'Addolorata e di S. Domenico, dipinte su tela con cornice di legno. C'è l'obbligo di una messa la settimana. Necessita (1762) di restauro da farsì entro sei mesi, secondo l'ingiunzione del Vescovo.
7) Altare di S. Maria, Madre delle grazie, con beneficio di diritto padronale della famiglia Nicolò Votta di Maida e poi di diritto devoluto e accettato di don Rocco Resciniti della diocesi di Capaccio, con l'obbligo di due messe la settimana, da celebrarsi all'altare maggiore... C'è una tela che si raccomanda di riparare (1762), così pure occorre rifare le comici in gesso. Il Resciniti fu poi interdetto perché celebrò senza i necessari indumenti liturgici.
8) Altare di S. Maria del Suffragio e delle Anime purganti o «del Purgatorio», con immagine dipinta su tela, da riparare(1762) insieme alla parete superiore (all'interno e all'esterno), perché ci sono infiltrazioni di acqua. Legato all'altare c'è un sodalizio di fratelli e di sorelle e un pio monte di pietà, sotto il titolo «delle anime del purgatorio». Il reddito dei beni e le pie elargizioni sono amministrate dal Rev. don Antonio Granato e dal notabile Giuseppe Antonio Bruni. In questo altare si celebrano Messe per i defunti.
La chiesa parrocchiale è ancora fornita di un pulpito, sulla parete sinistra della navata centrale, e sulla porta maggiore è collocato l'organo, composto da cinque registri, posto sul tavolato «vulgo dietum orchestra» (popolarmente detto «orchestra»).
Nella festa di S. Lucia venivano offerti i ceri «juxta antiquum et pium usum oblatos ab Universitate» (1769, secondo un'antica e pia usanza, offerti dalla Università, cioè dal Comune). Per tutto il 1700 troviamo la chiesa parrocchiale in efficienza e ben sistemata, con la struttura fondamentale giunta fino ai nostri giorni. Ogni tanto c'è bisogno di riparazioni ma limitate a qualche parete (per infiltrazioni d'acqua), a qualche altare, a lapidi sepolcrali da risistemare.
Nel 1812, su iniziativa dell'arciprete don Domenico Torcia, per mano dello stuccatore Domenico Segreto da Fiumefreddo, la Chiesa venne interamente decorata e abbellita di stucchi. Il lavoro durò nove mesi e fu portato a termine il 18 novembre 1812. Non si registrano altri cambiamenti. Nella relazione della Visita del vescovo Mons. Gabriele Papa (1 823) si dice che la chiesa «ornata elegantior est». (E' ornata in modo più elegante). E sul finire del secolo si hanno queste altre attestazioni, nelle visite di Mons. Valensise (del 6-11 ottobre 1891): «operibus gipsys interius satis habetur decorata» (all'interno abbastanza ornata di stucchi) e (del 8 settembre 1898): «vasta ac architectonica forma extrueta, de novo organo et sacristia... condecorata» (vasta e di forma architettonica e omata di un nuovo organo e della sacrestia). Nella visita precedente, lo stesso vescovo stabilisce però: «Turrim perfici» (condurre a termine la torre campanaria) evidentemente precedentemente caduta o abbattuta per le lesioni del terremoto. Nel 1898 l'opera era stata portata a termine perché si precisa che «in turri campanaria duae suspensae sunt campanae» (sulla torre campanaria ci sono due campane).
Agli inizi del secolo XX fu assolta pure l'ingiunzione di rifare il pavimento che era quello originario del 1736, in terra e calce battuta. Fu sempre lo stesso Mons. Valensise a lasciare scritto, nella visita del 1891: «pavimentum quam pnmum renováre» (rifare quanto prima il pavimento). Fu rifatto da manovalanza locale, sotto la guida del capo mastro Guzzi Saverio detto «e pùalita». L:opera fu eseguita in cemento a fascie e disegni geometrici di vario colore, molto resistente. Le volte delle tombe non furono toccate, così pure furono lasciate le bocche di apertura delle stesse. Non fu fatto il vespaio, ma si lasciarono, sotto il pavimento, dei canaletti per l'areazione. Forse fu in questa occasione che venne ristrutturato il presbiterio, con la costruzione dell'altare in pietre e gesso, certamente opera dei «Babbari» di Miglierina, con la decorazione della parete di fondo, con la nicchia di S. Lucia. Un altro intervento sul pavimento fu fatto dopo il 1953, ad opera del Genio Civile; al posto degli antichi «ciaramili» locali furono messe delle volgari, anche se per allora moderne, eternit; fu distrutto il pavimento di cemento, furono distrutte le volte delle tombe, il riempimento fatto con materiale di scarto e furono messe delle mattonelle di graniglia. Quest'ultimo intervento si è dimostrato disastroso perché ben presto il pavimento si è avvallato in più punti, soprattutto in corrispondenza delle tombe distrutte. La terra e la calce battuta sono durate invece quasi due secoli! Per Miglierina si potrebbe ripetere il detto che circolava amaramente a Roma, al tempo dei Barberini: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini!». (Ciò che non distrussero i barbari (!) lo distrussero i Barberini).
Ai nostri giorni si è dovuto intervenire nuovamente per un risanamento radicale, e si spera definitivo, almeno per quanto riguarda l'opera di consolidamento delle strutture portanti. Insieme al pavimento si è ristrutturato il presbiterio (su progetto della ditta Domus Dei di Roma), secondo le norme liturgiche conciliari e si è ristrutturato il tetto rimettendovi le tegole (coppi). A garanzia del rispetto e della tutela dell'architettura originaria, si è sempre proceduto dietro autorizzazione della Sovrintendenza ai Beni Ambientali e Artistici di Cosenza e della Sovrintendenza per gli Scavi Archeologici di Reggio Calabria.

Tratta dal libro “ Miglierina un paese due campanili”
di P. Antonio Caccetta

La Chiesa del Rosario (S. Maria del Principio)

Il visitatore che viene o passa per Miglierina rimane felicemente sorpreso alla vista della chiesa di S. Maria del Principio (popolarmente oggi detta anche del «Rosario», ma su tutti i documenti sempre indicata con la denominazione originaria). La sua fortuna, al contrario della Chiesa parrocchiale la cui facciata è nascosta e senza decorazioni esterne, è l'avere una strada e un ampio spazio davanti, per cui si può ammirare, in tutta la sua ampiezza, «il notevole prospetto, opera di A. Pallone», riccamente decorato a stucchi, con imitazione di lesene e capitelli corinzi.
L'opera fu eseguita dopo la metà del secolo scorso, quando a Miglierina era in auge l'artigianato dei «Babbari». Uno degli esponenti era appunto A. Pallone, i cui discendenti sono poi tutti emigrati nelle Americhe. Ma questa è storia quasi moderna.
La Chiesa di S. Maria del Principio esiste da quattro secoli, sorta come cappella (con tre altari) tra il 1598 e il 1600, in calce al monte «La Serra», nel luogo detto «Sotto la Valle», al principio del paese, da cui falsamente si è ritenuto derivasse il nome di S. Maria del Principio.
Nel 1634, abbiamo già visto, era indicata come «chiesa semplice», sia per la grandezza che per il ruolo subalterno alla chiesa parrocchiale. Nel passato, il suo momento migliore è stato quando temporaneamente fungeva da chiesa parrocchiale, e precisamente dal 1649 al 1736. Per il resto, nonostante le petizioni, le suppliche, rimane sempre come chiesa filiale, sotto la cura e la vigilanza del parroco arciprete, specie per le funzioni, onde non diminuire l'afflusso dei fedeli alla chiesa matrice. Sin dall'inizio, ai suoi altari erano legati dei pii sodalizi o confraternita, alcune delle quali scomparse, ad eccezione di quella del Rosario, estinta una quarantina d'anni fa, croce e delizia prima di tutto dei vari parroci e anche di una parte della popolazione, come vedremo più avanti. Dopo essere n'entrata nel ranghi di chiesa filiale, la Curia Vescovile di Nicastro concesse licenza in data 9 settembre 1767 (confermata con decreto regio), di custodirvi il S.mo Sacramento. Si svolgono alcune funzioni devozionali per l'utilità dei fedeli, ma senza amministrazione dei sacramenti.
Già prima del terremoto del 1783, consta di una navata centrale più ampia, di due laterali e del campanile. Un secolo dopo, nella relazione (richiesta dalla Curia), dell'economo coadiutore Don Agostino Torchia si precisa che la navata centrale è a corpo reale e le laterali con soffitto in assi, dedicate rispettivamente l'una alla Vergine del Rosario e l'altra al Carmine. Sappiamo che, a differenza della chiesa matrice, quella di S. Maria del Principio ha subito danni per il terremoto del 1783. Nella visita di Mons. Mandarani del 1784 si precisa che «fu patita dal tremuoto», per cui fu costruita, per disposizioni del Governo e della Curia, onde tutelare la sicurezza dei fedeli, una baracca di legno davanti la chiesa, per le celebrazioni delle sacre funzioni. Solo il SS.mo eccezionalmente si conserva in chiesa, anche se i cittadini chiedono che sia conservato nella baracca. Dalle varie relazioni sappiamo che i restauri iniziati quasi subito si protrassero però per diversi anni, accomodando ora questa, ora quell'altra parte. Nel 1791 si annotava, sempre nella visita, che «corpus Ecelesiae integre non est restauratum». (Il corpo della chiesa non è stato ancora restaurato integralmente).
Anche nella chiesa di S. Maria c'è il pulpito e il tavolato («orchestra») dove c'è un organo con 7 registri.
A partire dal 1762, vediamo, insieme agli altari, le opere che si conservavano:
1) Altare maggiore, dedicato a S. Maria del Principio, con alla parete di fondo, dipinto su tela, un quadro con l'immagine della Madonna e il Bambino attaccato alla mammella; in basso a destra (sempre nello stesso quadro) le immagini di S. Michele Arcangelo e S. Francesco da Paola e a sinistra quelle di S. Carlo Borromeo e S. Giovanni. Nel 1717 si dice che in alto, al termine della «cappella», c'è l'immagine dell'Immacolata Concezione e, di lato, sulla parte del coro, l'immagine della Visitazione e, a destra nella nicchia, l'immagine della B.V.M. del Rosario. Tutte dipinte su tela. Questa sistemazione rimane sino agli inizi del 1890; poi è stata modificata.
L’altare è adornato ai lati di due statue rappresentanti la fede e la carità. Si celebra la S. Messa il martedi di ogni settimana e il sabato (celebra il cappellano per obbligo di parrocchia). La festa si celebra nel giorno della Purificazione della B.V.M.
In «cornu epistolae» c'è la nicchia con la statua di S. Antonio; «in cornu evangelii» c'è la statua della B.V.M. del Rosario. Vengono portate in processione nelle rispettive feste. Già nella visita di Mons. Perrone del 28 ottobre del 1651, della statua del Rosario si dice: «Valde pulchra» (molto bella) e «multibus formosis vestita» (adorna di molti gioielli); ha nel braccio destro il Bambino Gesù: molto probabilmente sarà la statua attuale, anche se ora il Bambino è dalla parte sinistra. Al 31 marzo 1905, l'altare è ancora così com'è stato descritto, ma «cum tela picta in summo B.M.V. SS. Rosarii» (in alto una tela della B.M.V. del Rosario). Con la sostituzione del quadro di S. Maria del Principio con quello del Rosario cambia nel linguaggio popolare la denominazione della chiesa.
Nelle navate laterali, partendo da destra:
2) Altare del S. Rosario. Nella relazione di Don Agostino Torchia, si parla anche di due statue che l'adornano: di Mosè con le tavole della legge e di Davide con l'arpa. Detta cappella è definita «di antica rarità». C'è il quadro della Madonna del Rosario, con i Quindici rm'steri intorno, e di S. Domenico. E' di pertinenza del clero che, tra l'altro, deve celebrare una S. Messa la settimana «Pro conservazione Universitatis» (per la stabilità, la conservazione dell'Università, cioè del Comune). C'è una Confraternita di Fratelli e Sorelle.
3) Altare in marmo di S. Giuseppe, (dove ora c'è il Cristo morto), altre volte detto «della Sacra famiglia». Di diritto padronale della famiglia Nicastro. Ci sono le immagini su tela di S. Giuseppe moribondo, della Madonna e di Gesù. C'è anche la statua di S. Giuseppe (detto popolarmente «il lungo»). Non è rimasto niente.
4) Altare di S. Antonio di Padova con statua del santo in legno scolpito. Di pertinenza del clero. C'è un monte di pietà di fratelli e di sorelle.
5) Altare del SS.mo Nome di Gesù, con immagine della circoncisione, dipinta su tela; di patrimonio della famiglia Miceli (fisico Emanuele Miceli). Fondato e dotato da Giacinto e Carlo Miceli il 16 settembre 1700, con dote annua di cinque ducati di reddito per la celebrazione di una Messa la domenica e di 10 carlini per la manutenzione dell'altare4. Non esiste più.
6) Altare dell'Annunciazione con immagine della stessa dipinta su tela, con cornice di legno dipinta; da fondazione di Maurizio Mazza (nel 1640 di Salvatore Mazza, con reddito di 5 ducati). Di pertinenza del clero con l'obbligo di una Messa la settimana da celebrare a turno il Martedi.
7) Altare della Madonna del Carmine o del Monte Carmelo, di diritto padronale di Don Francesco Torchia (nel 1640 di Giovanni Torchia), con l'obbligo di celebrazione di SS. Messe il mercoledi. Ci sono le immagini della Vergine, di S. Elisabetta e di S. Giovanni con le anime del purgatorio, dipinte su tela.

Tratta dal libro “ Miglierina un paese due campanili”
di P. Antonio Caccetta